“In guerra la prima vittima è la verità”, l’affermazione ha origini nell’antica Grecia e oggi è più attuale che mai: accanto alla guerra combattuta sul terreno esiste una guerra delle informazioni.
Le fake news si diffondono rapidamente soprattutto sui social come X (Twitter), TikTok e Facebook. Le forme più comuni sono video di altre guerre attribuite ingiustamente a questa, immagini manipolate o generate con l’intelligenza artificiale, numeri di vittime non verificati e account falsi che amplificano contenuti emotivi.
Ma perché vengono prodotte fake news? Spesso per propaganda, per influenzare l’opinione pubblica o rafforzare una determinata narrazione del conflitto. In altri casi servono a mobilitare sostegno, creare indignazione o delegittimare l’avversario. A volte, più semplicemente, vengono diffuse per ottenere visibilità e traffico online.
Per cautelarsi bastano alcune semplici abitudini di pensiero critico: controllare la fonte, verificare data e contesto, cercare conferme su più media affidabili e utilizzare strumenti online che permettono di verificare immagini e contenuti o consultare piattaforme specializzate nella verifica delle notizie.
Qui una mappa:

In tempo di guerra informarsi con attenzione è una responsabilità sociale. Prima di condividere una notizia vale sempre la pena fermarsi un momento e chiedersi: è davvero verificata?
Articolo redatto dall’autrice, con il supporto dell’intelligenza artificiale.
Mappa redatta dall’autrice.
Se tutti, dico proprio tutti compreso chi tiene le redini del mondo, pensassero criticamente e avessero davvero a cuore l’interesse dei loro popoli e non quello di tutelare gli interessi economici per mantenere o conquistare il primato in ogni settore (quando va bene) o
i propri interessi personali (quando va male), allora non ci sarebbe neppure motivo di fare o parlere di guerre: l’unico argomento di cui si avrebbe interesse sarebbe il bene comune.
Grazie per il commento. Il bene comune oggi mi fa pensare a John Alexander che ha scritto Citizens. Riferisce tantissimi casi in cui, quando le democrazie non fanno più il bene comune, sono i cittadini ad attivarsi ed impegnarsi in progetti locali per realizzarlo. Non aspettano che il cambiamento arrivi dall’alto ma si attivano con attività concrete e cambiano la loro vita. In altre parole, invece di lamentarci solamente, possiamo agire concretamente nelle nostre comunità per fare il bene comune e se questo succedesse su larga scala, allora davvero tornerebbe la democrazia dei cittadini.
Concordo pienamente: ciascuno deve fare la sua parte, meglio sarebbe svolgendo l’attività verso cui si sente più portato.
In questo modo ci si realizza,
si vive meglio e piu felici e contestualmente si rende migliore la società in cui si vive.
Durante le guerre “girano” varie fake news:
è una strategia per fare accettare come necessaria, alla gente comune, (che è quella che “soffre” di più) la scelta della guerra.
Chi ha l’abitudine di pensare in modo critico può difendersi meglio, infatti, può meglio riconoscere quando una notizia è data per informare veramente oppure per attirare consenso.