Walk and Think

E finalmente ce l’abbiamo fatta a fare il nostro WALK and THINK!

In due parole: Val Troncea, tempo magnifico (almeno di sabato), gente speciale, pensieri profondi e che aprono gli occhi, cibo buonissimo e la magia della montagna! Così si potrebbe riassumere il primo Walk and Think di PenSiamo!

Siamo partiti/e da Pragelato e abbiamo camminato su un sentiero ripido nel bosco per arrivare in una radura con tante mucche al pascolo e lì, nei paraggi, abbiamo fatto un bel pic-nic. Poi abbiamo proseguito sul sentiero panoramico in piano fino ad arrivare al rifugio Troncea. Presi/e dall’entusiasmo dell’arrivo abbiamo condiviso caffè, liquori fatti in casa etc… e senza accorgercene abbiamo iniziato a pensare insieme al tema che avevamo individuato: come il Covid ci ha cambiati/e? In un batter d’occhio è arrivata l’ora di cena, buonissima, il dopo cena e l’ora di andare a dormire… Il giorno dopo: colazione, piccola passeggiata nella nebbia e iniziamo la nostra attività principale: per riuscire a guardare anche da punti di vista diversi dai nostri, ci siamo messi/e nei panni degli/lle adolescenti e abbiamo cercato di capire come hanno affrontato la pandemia. Ci siamo descritti/e da adolescenti e ci siamo ricordati/e di quanto raccontato dagli adolescenti attuali. Il risultato è stato magnifico: riuscivamo quasi a vedere con gli occhi degli/lle adolescenti e il condividere le nostre vite passate ci ha unito come gruppo.

Poi è arrivato il pranzo, sempre buonissimo, e la passeggiata di rientro nella nebbia ma senza pioggia!

E’ stato così bello che abbiamo pensato di organizzare due/tre Walk and Think ogni anno: uno sulle neve, uno al mare…

Ora, ancora più di prima, ci sentiamo un gruppo coeso nel vivere applicando il pensiero critico!

WALK & THINK: weekend di passeggiate e Pensiero Critico, il 4 e 5 Settembre 2021

Per un magnifico weekend ci immergeremo nel parco naturale della Val Troncea (Pragelato) a camminare e pensare in modo critico.

  • Partiremo sabato 4 settembre per una bella passeggiata con pic-nic nel parco
  • Ceneremo e pernotteremo nel mitico rifugio Troncea
  • La domenica saremo allietati da colazione e pranzo nel rifugio. E nel verde della valle, insieme parleremo, penseremo, ci confronteremo, scopriremo, cresceremo… Il tema che abbiamo scelto e su cui stiamo già facendo ricerca per prepararci è: Il prima e il dopo Covid, cosa abbiamo vissuto in questi anni, come eravamo prima e come siamo ora, come questo vissuto influenza la nostra vita di oggi, come vogliamo andare avanti ora? Pensiamo che finora non abbiamo avuto il tempo e l’occasione di riflettere e diventare consapevoli di come siamo cambiati/e…

Vi aspettiamo per un’esperienza che siamo sicuri/e sarà indimenticabile!

Per info e adesioni scrivere a: info@pensiamo.org

Il termine ultimo per le adesioni è il 15 luglio 2021

Che cosa significa camminare nei boschi? Rocco Drosi, socio di PenSiamo, ci immerge nella magia di quei momenti, come se fosse ora…

Camminare nei boschi, respirare il profumo delle foglie che formano spessi strati lungo i sentieri.

Si avverte una sensazione di benessere unico. Il dolce suono che durante il camminamento si avverte è come se ci dicesse di fare piano, per poter ascoltare meglio quel suono delicato che ci accompagna in ogni passo.

Il silenzio tutto intorno è irreale per chi riesce a cogliere in pieno questo benessere. L’animo, entrando in sintonia con l’ambiente, diviene un tutt’uno con la natura circostante.

Si riesce a sentirsi leggeri, perché ci si libera del peso che ci portiamo sempre dietro nella quotidianità.

Tutti dovremmo andarci, per provare queste sensazioni di rinascita del corpo e dello spirito. I raggi del sole, che riescono ad entrare tra i fitti alberi e colpiscono le loro foglie, danno una luce particolare tutto intorno.

Alzando lo sguardo, fra un ramo e l’altro, si riesce a vedere l’azzurro del cielo e anche qualche uccellino che lieto canta come sa fare con le sue note.

Intanto i nostri pensieri sono solo quelli di cui godiamo.

Se insegniamo agli studenti a Pensare in modo Critico diamo loro un futuro – Corso online per insegnanti su piattaforma SOFIA

Non c’è niente da fare, il Pensiero Critico deve essere imparato a scuola e poi applicato nella vita. Il Pensiero Critico non è altro che un modo di pensare: un modo di pensare analitico, non impulsivo, autonomo, chiaro, senza pregiudizi e verità assolute. Non è la scuola il posto dove si impara a pensare e a pensare bene? Che cosa mi servono le nozioni se poi non so come pensare? Cosa mi serve fare ciò che fanno tutti, con un atteggiamento gregario e non creativo?

Noi di PenSiamo abbiamo molto a cuore l’educazione perché un paese che non investe nell’educazione non ha futuro, perché lo sviluppo di domani dipende dal livello dell’educazione di oggi (come osservato dall’OCSE).

Per questo abbiamo deciso di offrite un corso online gratuito per insegnanti sulla piattaforma SOFIA del Miur presso l’Unipop: “Insegnare a Pensare in modo Critico – come sviluppare un metodo educativo che mette il Pensare e non la memoria al centro dell’apprendimento”. Il corso prevede 12 lezioni, dal 23 febbraio all’11 maggio 2021 (ogni martedì ore 18,30 – 20,30).

Il Corso è tenuto da Fulvia Richiardone (Presidente di PenSiamo, ex funzionaria ONU: UNICRI e UNHCR) e Stefania Berno (psicoterapeuta e psicoanalista infantile specializzata a Londra, “Marta Harris” – Tavistok Model Clinical Course). Fulvia mostrerà come mettere il Pensare al centro del metodo educativo e Stefania mostrerà come gestire una classe dove ognuno pensa e si esprime. Qui il link per iscriversi: Titolo della pagina (unipoptorino.it)

Gli/le insegnanti hanno in mano il futuro degli studenti e possono, con il loro insegnamento migliorare il mondo, noi di PenSiamo saremo sempre dalla loro parte!

27 GENNAIO – AUSCHWITZ, LA MEMORIA – Giusi Di Franco

Improvvisamente e misteriosamente

reietto,

dolorosamente strappato

alla vita

nell’assordante colpevole

silenzio di troppi.

Non più uomo

ma strumento in vili mani

inauditamente

assassine.

Trasportato, spogliato di tutto

sfruttato fino all’ultimo

 respiro

ridotto in cenere da chi non aveva

più forza e volontà

per opporre qualsiasi

rifiuto.

Perpetrato da chi s’era

proclamato

“razza superiore”

impropriamente arbitro

dell’altrui destino.

A perenne monito

mucchi di scomposte scarpe

e occhiali dietro una vetrina

poche baracche

sopravvissute al fuoco

dell’oblio.

E le testimonianze

dei sopravvissuti

costretti, dopo un ritroso

 silenzio,

a rinnovare perennemente

il dolore

per mantenere viva

la Memoria!

Una buona occasione – Andrea Gambino

Ore 00.00 del 1° gennaio 2021: quattro calici s’incontrano, il tintinnio dei bicchieri è acuto e mi sento grato di essere assieme a persone cui voglio bene. Vorrei abbracciarle e tenerle strette fino a mattina. Il 2020 è terminato. Non voglio abbandonarmi alla tentazione di considerarlo un anno catastrofico e da maledire per sette generazioni, ma preferisco vederlo come un anno che ci ha messo di fronte a grandi sfide, alla necessità di cambiamento e di assumersi responsabilità.

Prima che arrivasse il Covid-19 vivevamo nel torpore dell’abitudine e della fallace convinzione che non si possa cambiare. A marzo 2020, senza desiderarlo, abbiamo invece tutti dovuto stravolgere le nostre abitudini, profondamente e sotto ogni aspetto. Abbiamo dovuto cambiare il nostro quotidiano, le modalità di svago, le modalità di lavorare e, dannatamente, abbiamo dovuto cambiare anche il modo di stare assieme. Sicuramente, tutti i cambiamenti che hanno limitato il contatto umano sono stati sacrifici brutti, ma necessari e sarà molto bello tornare alla consuetudine.  

Però una cosa positiva è chiaramente emersa: cambiare è possibile.

Lo abbiamo fatto per non precipitare nel baratro durante la pandemia, perché non dovremmo riuscirci per migliorare la realtà in cui siamo immersi?

Altro elemento importante è che il cambiamento di cui parlo e che abbiamo sperimentato durante l’anno passato, è fatto di piccole azioni quotidiane, ma portate avanti dalla collettività. Questo significa che per cambiare si può agire fin da subito, senza aspettare grandi riforme strutturali a livello legislativo ed amministrativo che sono necessarie, devono essere fatte, ma richiedono molto tempo.

Mentre attendiamo indispensabili politiche ed azioni di sostegno al lavoro, alla qualità della vita e allo stato sociale, tutti possiamo impegnarci in azioni quotidiane di cambiamento.  

Ci si può chiedere allora quali cambiamenti quotidiani siano desiderabili e ciascuno di noi può provare a stilare una sua lista. La sera del 1° gennaio 2021, ho compilato il mio personale decalogo di spunti per il cambiamento che m’impegnerò a realizzare:

  1. Dialogare provando a capire un’opinione diversa, senza volerla soffocare con una malsana foga di assertività, che spesso non poggia su solide basi argomentative.
  2. Agire per convinzione e non per convenienza.
  3. Non alzare la voce quando discuto.
  4. Non essere eccessivamente geloso ed avaro del mio tempo: se condiviso diventa un bene prezioso.
  5. Iniziare un consumo critico, valutando la filiera produttiva e privilegiando chi porta avanti uno sviluppo equo e sostenibile delle risorse naturali e di chi lavora.
  6. Impegnarmi per la salvaguardia dell’ambiente, spostandomi a piedi o in bicicletta il più possibile, riducendo l’utilizzo dei prodotti monouso e documentandomi.
  7. Riconsiderare i miei pregiudizi.
  8. Portare avanti il mio impegno contro ogni tipo di discriminazione.
  9. Riconoscere i miei errori, dire “ho sbagliato” e trarne una lezione.
  10. Pensare criticamente.

La pandemia ha fatto indiscutibilmente molti danni sociali, economici, psicologici; molti di questi richiederanno tempo, riforme e politiche lungimiranti per essere sanati. Ma l’efficacia delle riforme dipenderà dal contributo di ciascuno di noi nel creare un sostrato fertile e questo sostrato possiamo e dobbiamo costituirlo fin d’ora. Ogni tempesta, una volta passata, introduce elementi di novità e presenta sempre una buona occasione per cambiare in meglio e io non voglio davvero lasciarmela sfuggire!

Uomini come alleati per la parità di genere Andrea Gambino

Sono un uomo, ho 38 anni e tre giorni fa, durante una tavola rotonda organizzata dall’associazione White Ribbon Canada1 dal titolo “Uomini come alleati per la parità di genere”, ho sentito per la prima volta l’espressione “toxic masculinity” – mascolinità tossica – che porta alla violenza basata sul genere.

Quanti di noi uomini hanno mai sentito tale espressione? Quanti di noi si sono mai interrogati su cosa sia una mascolinità sana e cosa una mascolinità tossica? Ma soprattutto, cosa ci porta a sviluppare una mascolinità tossica piuttosto che sana?

Al primo quesito, ognuno di noi può dare la propria risposta. In una ristretta cerchia di amici a cui ho chiesto, nessuno aveva mai sentito quest’espressione.

Una sana mascolinità non può prescindere dal rispetto delle donne, ma anche di ogni essere umano in generale. Come ben espresso dai partecipanti alla tavola rotonda di White Ribbon, una sana mascolinità non sopprime il naturale essere uomini, ma nemmeno lo limita con stereotipi che vedono un segno di virilità nel reprimere emozioni e sentimenti. Una sana mascolinità è quella che permette ad un uomo di esprimere amore, gioia, tristezza o paura. E’ quella che permette ad un uomo di piangere, di sbagliare, di sentirsi debole e vulnerabile, senza per questo ritenersi sconfitto e fargli venire meno la forza di rialzarsi e ricominciare.

Una mascolinità tossica è invece quella che porta a reprimere le proprie emozioni, e che sfocia nella violenza nei confronti delle donne in primis, ma aggiungerei anche nei confronti degli altri uomini e spesso di sé stessi. Infatti, tutte quelle volte che reprimiamo una vibrazione della nostra anima per non disattendere un’aspettativa sociale ed ambientale, è una violenza fatta a noi stessi, che può poi essere rovesciata su chi abbiamo attorno.

Importante è poi considerare che violenza è un termine molto ampio, e non deve essere ridotto ad un atto fisico. Violenza è qualsiasi atteggiamento di prevaricazione, è qualsiasi accettazione di privilegi o penalizzazioni basati sul genere, è negare ciò che è altro, è respingere l’ascolto ed è una disposizione mentale che tende a schiacciare, volendo creare un rapporto di subalternità.

Ma soprattutto, cosa ci porta a sviluppare una mascolinità tossica?

In modo acuto e preciso, il filosofo Umberto Galimberti sostiene che “l’identità non è una dote naturale, ma è un dono sociale”2, è cioè il frutto del riconoscimento datoci dagli altri. Anche in un articolo scritto per presentare la campagna “Boys don’t cry3, portata avanti da White Ribbon, viene presentato un concetto simile, ovvero nel momento in cui nasciamo il nostro genere ci attribuisce caratteristiche e regole di comportamento. Tipicamente l’uomo è duro, non piange, non mostra sentimenti né debolezze, non ha paura e deve avere successo. Una pubblicità di alcuni anni fa, proponeva un profumo come quello per “l’uomo che non deve chiedere mai”.

Sebbene alcuni passi avanti siano stati fatti – lo provano la partecipazione attiva di uomini in White Ribbon e lavori come il libro di “How to raise a boy” di Michael Reichert4 – questi sono stereotipi ancora presenti, a cui contribuisce l’intero apparato sociale e che hanno un rapporto di causalità con la disparità di genere e le violenze. Dobbiamo superarli assieme, uomini e donne.

In primis, ogni uomo deve iniziare a condannare fermamente e deprecare ogni atto di violenza o comportamento sessista, per piccolo che possa essere e per quanto perpetrato da persone a noi vicine. Battute sessiste, apparentemente innocue, ma che non lo sono e che feriscono, possono celare una radicata disposizione mentale che può portare a rapporti tossici e violenti. Pur avendo sempre parteggiato per equità e rispetto e non essendomi mai ritenuto violento, confesso di aver fatto battute sessiste senza quasi rendermene conto, perché normalmente accettate ed attese dagli altri uomini e da alcune donne, ma involontariamente subite dalla gran parte delle altre donne. Sembrava quasi naturale e richiesto dal mio essere uomo.

Il punto non è negare l’esistenza di differenze di genere che ci sono per natura e che non devono assolutamente essere annullate. La diversità nel mondo è sempre un valore ed una ricchezza. E non dobbiamo nemmeno rifiutare la possibilità di scherzare e giocare con queste differenze, ma dobbiamo imparare a ridere con e non a ridere di. Lo scherzo ed il gioco devono essere fatti assieme, nel pieno rispetto dell’individualità di ciascuno, del genere e con divertimento reciproco.

Ma una ferma condanna di atteggiamenti sessisti non sarà sufficiente a risolvere il problema. Serve un impegno collettivo a più livelli, che coinvolga in ogni ambito adulti e ragazzi, uomini e donne. L’associazione White Ribbon sul suo sito propone un interessante decalogo di come promuovere una sana mascolinità5. Alla base di questi dieci consigli pratici, c’è l’educazione a provare emozioni, l’abitudine al confronto e il rispetto delle diversità.

I cambiamenti comportamentali devono essere opportunamente stimolati, una corretta e strutturata educazione è necessaria e campagne di sensibilizzazione volte a rovesciare modelli negativi possono essere molto utili, ma ritengo che l’attualizzazione del cambiamento si abbia solo nel quotidiano agire concreto. Impegnamoci tutti!

Bibliografia

  1. https://www.whiteribbon.ca/#
  2. Umberto Galimberti, L’identità – YouTube
  3. https://www.whiteribbon.ca/boysdontcry.html
  4. “Non educate i ragazzi alla mascolinità tradizionale”, Livia Paccarié interista Michael Reichert, Huffington Post, 30 Ottobre 2020 (huffingtonpost.it)
  5. how_to_promote_healthy_masculinity.pdf (whiteribbon.ca)

Sorvegliati Digitali – Fulvia Richiardone

Pochi ne parlano, molti cercano di non pensarci per paura di quello che potrebbero scoprire, ma ormai non possiamo negare di essere diventati Sorvegliati Digitali. Tutto ciò che facciamo online viene tracciato, i dispositivi ultratecnologici di cui ci piace circondarci prelevano i nostri dati, conoscono le nostre abitudini e tutte queste informazioni, una volta elaborate, tramite il processo di intelligenza arificiale, vengono trasformate in “prodotti predittivi” (che possono prevedere il nostro comportamento), vendute più volte (perchè uno stesso dato più essere venduto ad un numero illimitato di acquirenti) nel “mercato dei comportamenti futuri”, dove molte aziende hanno interesse a comprare. In questo modo le nostre scelte future diventano prevedibili e possono essere influenzate, comprese le scelte politiche ed economiche.

Abbiamo perso il controllo sull’uso dei nostri dati e nonostante vi siano leggi a tutela della privacy, queste vengono costantemente violate, perchè conviene pagare le multe piuttosto che rinunciare a incassare cifre inimmaginabili dal commercio dei nostri dati.

Tutto questo ce lo spiega Shoshana Zuboff, professoressa alla Harvard Business School che ha raccolto tutte le sue ricerche in un libro: Il Capitalismo della Sorveglianza.

PenSiamo sta svolgendo un progetto di ricerca sulla questione per poter diffondere una corretta informazione e portare ad una maggiore consapevolezza gli utenti ignari.

Per donne e uomini: istruzioni per non avere paura di una donna al potere – Fulvia Richiardone

La scelta di una donna come vice presidente degli Stati Uniti fa pensare parecchio.

Soprattutto perché a sceglierla è stato un uomo, un uomo, che così facendo, dimostra di non aver paura di essere messo in ombra da una donna capace e competente.

Anzi Kamala Harris è stata scelta anche nell’ottica di prendere un giorno il posto di Joe Biden considerando la di lui età avanzata. Questi sono fatti, non parole.

Spesso invece siamo bravi/e solo a parole a dire che le donne valgono quanto gli uomini. Ci comportiamo come se non potessimo ammettere che in un sistema basato sui diritti quale il nostro, l’uguaglianza tra uomo e donna di fatto non c’è ancora. E che non ci sia è evidente. Se ci fosse, sarebbero donne almeno la metà dei membri delle più alte cariche dello stato, del settore pubblico e di quello privato. Gli uomini otterrebbero mesi di paternità dopo la nascita dei/lle figli/e e la gestione famigliare sarebbe divisa tra uomo e donna.

Perché la parità esiste nelle parole ma non nei fatti?

Perché il modello sociale più diffuso, sia tra donne che tra uomini, è ancora quello dell’uomo che mantiene la famiglia e della donna che, pur lavorando, guadagna meno del marito, in compenso ha maggiore responsabilità sulla crescita dei figli, gestione della casa e della famiglia in generale.

Socialmente non c’è problema ad accettare che una donna non lavori per occuparsi della famiglia, mentre è più difficile accettare che un uomo non lavori per occuparsi della famiglia. L’uomo in questione viene subito sminuito, nel senso di privato di gran parte della sua virilità. La donna invece viene considerata normale perché sminuire le aspettative professionali della donna è qualcosa che siamo abituati a fare, è normale.

Il modello sociale ci influenza al punto che, anche se pensiamo che le donne siano capaci quanto gli uomini, in realtà nel momento di agire ci tiriamo indietro perché permane un’aspettativa sociale di divisione di ruoli tra uomo e donna. 

Molti uomini si sentirebbero di fatto sminuiti se avessero una donna che guadagna/lavora più di loro e molte donne si sentirebbero in colpa se avessero posizioni professionali più alte dell’uomo.

A un’analisi approfondita questo  modello sociale lede tanto gli uomini quanto le donne.

Lede gli uomini perché l’aspettativa sociale li costringe a dover dimostrare di essere professionalmente superiori alle donne in un periodo storico in cui sempre più donne lavorano intensamente per sviluppare la loro professionalità. Se in passato questo ruolo di superiorità lavorativa era per gli uomini accessibile perché la maggior parte delle donne non aveva aspettative professionali, oggi invece diventa un obiettivo irraggiungibile.

Se gli uomini devono quindi lasciare spazio alle donne in ambito lavorativo perché è dimostrato che il contributo femminile, anche in posizioni di comando, porta a una crescita economica, le donne invece devono lasciare spazio agli uomini all’interno della famiglia, perché è dimostrato che un padre presente e coinvolto farà del bene ai/lle figli/e.

Pertanto se siamo d’accordo nel considerare lo sviluppo economico e il benessere sociale come obiettivi principali della nostra società dobbiamo permettere questo cambiamento.

Come possiamo farlo?

Ad esempio come ha fatto Joe Biden: consapevole che uomini e donne non sono due squadre ma una sola, non ha paura che una donna possa affiancarlo ed eventualmente succederlo. Anzi ne ha scelta una, per di più di origine afro-asiatica. Questa scelta rende manifesto che per Biden mettere uomini e donne sullo stesso piano sia una consapevolezza acquisita e che collaborare, proprio in condizione di parità, possa essere elemento di forza e non di debolezza nel perseguimento di un obiettivo finale che non può che essere comune a uomini e donne.

Poter provare fiducia fin da quando siamo neonati determina il nostro benessere mentale da adulti – Dott.ssa Stefania Berno, psicanalista infantile

cropped-trust-is-smart-small-1.jpg

All’interno della campagna “TRUST IS SMART”, la Dott.ssa Stefania Berno, psicanalista infantile, spiega perchè TRUST IS SMART IN FAMIGLIA.

Fin dai primi mesi di vita si strutturano le basi per quella che sarà la capacità di avere fiducia in sé stessi e negli altri.

Il neonato prova emozioni che non riesce ancora a comprendere e ha bisogno del genitore che tenti di comprendere quello che il neonato sta provando. È importante considerare che il genitore non può comprendere sempre ma è fondamentale essere disponibili a provarci. Per esempio, quante volte abbiamo visto l’inizio del pianto di un neonato? Il genitore che ha il desiderio di comprendere inizia a farsi delle domande sul motivo del pianto. Sarà mal di pancia? Fame? Potrebbe non essere nessuna di queste ma il neonato è in grado di percepire la disponibilità del genitore a comprenderlo per aiutarlo.

Al contrario, se il neonato non sente la disponibilità a comprenderlo o sente addirittura il rifiuto, cioè il genitore che si allontana o si arrabbia perché non riesce a tollerare le emozioni provocate in lui dal pianto del neonato, questi ne sarà spaventato. Infatti il neonato avrà paura lui stesso delle proprie emozioni perché queste non sono state accolte dal genitore che per lui rappresenta la possibilità di poter avere un contenitore che possa accogliere e digerire le emozioni provate. Per esempio, al neonato che piange nella culla vengono dati oggetti consolatori (es. il ciuccio) ma non accompagnati dal desiderio di accudire e comprendere piuttosto di zittire un pianto percepito come intollerabile dal genitore.

Bisogna rispettare e comprendere le difficoltà del genitore e non giudicarlo per questo, perché in questo scambio genitore-neonato rientrato in gioco le esperienze infantili del genitore che a sua volta può non essere stato compreso da piccolo.

E’ infatti molto importante dare un sostegno ai genitori nei primi anni di vita del bambino per permettere ai genitori di entrare in contatto consapevolmente con le loro esperienze infantili anche se difficili al fine di costruire al meglio il rapporto con i propri figli. La Tavistock Clinic di Londra, centro mondiale di ricerca per l’infanzia, che ha tra i suoi membri gli psicanalisti infantili internazionalmente più accreditati (Melanie Klein, Esther Bick, Donald Winnicot…), da anni lavora sull’osservazione madre-neonato (Infant Observation) per poter spiegare ai genitori come la struttura psicologica del neonato evolve a seguito del rapporto con i genitori. Accedendo in questo modo ad aspetti di cui i genitori non possono essere consapevoli ma che sono invece molto importanti.

Nel caso il genitore non riesca ad accogliere le emozioni del neonato a causa delle sue difficili/non sufficientemente buone esperienze infantili, è ancora possibile intervenire con l’intervento di uno psicanalista. Qui l’adulto rivive le sue esperienze neonatali e trova nella mente strutturata dell’analista il contenitore che le accoglie e le elabora definendole e restituendole al paziente in modo riconoscibile e digeribile. In questo modo il genitore ne diventa consapevole e grazie a questa consapevolezza può cambiare il suo modo di relazionarsi al proprio figlio. Ad esempio, quando il bambino piange nella culla, il genitore può, prima sentirsi sopraffatto dalla paura dovuta alla sua esperienza infantile ma potrà poi riconoscerla e quindi limitarla. A questo punto sarà in grado di attivare comportamenti più costruttivi con il neonato.